Don Vincenzo: un parroco per Corcumello

Un giorno mi frullò per la testa una “cattiva” idea: scrivere qualcosa su Don Vincenzo, il solo parroco di Corcumello che ho conosciuto abbastanza bene. Misi subito da parte l’idea per pensare ad altro. Molto meglio e meno impegnativo ricordare gli amici d’infanzia: Scugnizzo, Pierino, Righetto, Paolino, Gennaro e le loro e la mia faccia, magari quando c’erano tramontana e nevischio che ci strapazzavano il viso sul colle Lorenzóno, o alle Rutti, o per le Penneriche; noi che badavamo, chi a piccoli greggi di pecore proprie, chi alle pecore di altri come garzoni, per dare un aiuto alla propria famiglia in una società nella quale l’opera di tutti era quasi la norma. Ma don Vincenzo non mollava, secondo il suo carattere testardo e la sua spiccata personalità, confinante a volte con la prepotenza. Alla fine ha vinto lui. Confesso che avrei fatto volentieri a meno di scrivere di lui perché, soprattutto nei primi anni di permanenza a Corcumello, il suo attivismo fece discutere così vivacemente la popolazione da dare l’impressione di volerla dividere: con lui o contro di lui. Prima di continuare ho bisogno di chiarire alcune cose.

Lo scopo di questa rivisitazione del tempo della mia fanciullezza e adolescenza non è quello di dare giudizi. Vuole essere soltanto cronaca, che tuttavia non dimentica la realtà e che non riduce il ricordo ad una sorta di favola consolatrice. Cerco invece di raccontare la vita vissuta ogni giorno e l’ambiente che la alimentava, naturalmente senza avere la pretesa di una ricerca sociologica o antropologica. Tutto ciò nel modo più veritiero e senza ”abbellimenti”. Se ci sono riuscito lo giudicherà chi avrà la bontà di leggere queste righe e soprattutto chi era presente ed è stato testimone di quegli eventi. Il quotidiano dei corcumellani – credetemi – non era per nulla una fiaba. Di proposito ho tralasciato di raccontare le difficoltà dei compaesani, molti dei quali ancora aspettavano lo “stracciarolo” per rinnovare le stoviglie o i piatti della cucina in cambio di giacche, maglie e pantaloni che nessuno in famiglia avrebbe più indossato; oppure l’arrivo di piccoli commercianti che salivano dalla valle Roveto, per barattare qualche “follacciano” o una bottiglia di olio con il granturco steso al sole ad asciugarsi, là dove ancora fa bella mostra di se “l’anfiteatro”. In mancanza del granturco lo scambio poteva avvenire con le patate, con le cicerchie o con altro cereale. Eravamo ancora alla pratica del baratto. Il dolore e le privazioni sono cose troppo personali e intime per entrarci dentro senza il timore di scrivere banalità. Così mi sono imposto di cogliere i risvolti positivi delle storie, tenendomi il più lontano possibile dalle polemiche e dai giudizi critici, spesso gettati lì senza conoscenze approfondite.

Corcumello era una comunità viva, laboriosa, con la voglia di crescere e migliorarsi, anche se si avvertiva qualche segnale di insofferenza a causa soprattutto della sua posizione geografica: era lontano dalle principali vie di comunicazione, fatto che storicamente ha sempre penalizzato chi cercava nuove esperienze di vita e occasioni di cambiamento senza tagliare il legame con le proprie origini. Nel bel mezzo di questa situazione si svolse l’opera del nuovo parroco don Vincenzo, orientata a spezzare la catena del malessere strisciante che diede il via all’emigrazione, la quale, purtroppo, spinse molti ad abbandonare la propria terra, gli amici e le tradizioni. Per evitare danni irreparabili e per offrire ai giovani qualche opportunità di lavoro don Vincenzo promosse l’apertura, all’interno del castello, di un cantiere scuola per la formazione di muratori. Iniziativa forse non del tutto felice, perché qualcuno dei partecipanti per trovare lavoro fu costretto ad emigrare in Francia o in Germania. Ma don Vincenzo non era uomo da scoraggiarsi alla prima difficoltà e non desisteva facilmente dai suoi propositi. Si era inserito nella nuova realtà partecipando da protagonista alla vita del paese anche nei suoi risvolti meno “sacerdotali”. Ho ricordato in un altro racconto il malumore di coloro che non condividevano, con qualche ragione, le sue intromissioni nella vita civile soprattutto in occasione delle elezioni del 1948, sulle quali non intendo tornare. Voglio però sottolineare che quelli erano giorni particolarmente difficili e dalla piega che avrebbero preso sarebbe dipeso il futuro della nostra Italia. E data anche la situazione internazionale, il Parroco poteva stare solo dalla parte in cui scelse di stare. Don Vincenzo giunse a Corcumello, se non ricordo male, nel 1947. In mancanza di una vera residenza parrocchiale, stabilì il suo alloggio in un settore del grande palazzo Vetoli, ormai quasi del tutto in disuso (a disposizione del parroco per le opere della parrocchia furono aggiunti altri locali confinanti con il terrapieno dove si erge la torre fatta costruire dai De Pontibus, passata poi sotto la signoria dei Vetoli sul finire del millequattrocento, quando Giovanni Battista De Pontibus, ultimo erede, nipote e omonimo del più noto Cardinale Giovanni Battista, nominato Vescovo di Bitonto, affidò l’amministrazione dei beni alla sorella Buzia, andata in moglie a Sante Vetoli, e al primogenito di Sante, Baldassarre).

Si accedeva alla casa parrocchiale dall’ultima porta sulla destra, presente all’interno del cortile che si apre dopo aver attraversato l’arco dalla strada che porta a San Lorenzo. Ai locali del piano terra sistemò i giochi per il tempo libero dei giovanissimi. Un’iniziativa questa che rappresentò per tutti una bella novità (qualche tempo dopo, in Piazza, anche Pasqualino convertì la sua osteria al biliardino).

Don Vincenzo con l’aiuto del calcio balilla e di un vecchio biliardo iniziava la sua missione. Al primo piano, dove in seguito, quando arrivò anche in Italia, collocò la televisione, c’era la sala “riunioni”. Per accedervi e guardare i programmi televisivi bisognava lasciar cadere cinque lire nelle mai della perpetua, nonché sorella del parroco, seduta all’ingresso della sala (a me quella televisione fece scoprire i capolavori di Shakespeare: Amleto, Giulio Cesare, Re Lear, Giulietta e Romeo, che imparai ad apprezzare). I locali del secondo piano furono destinati alla sua abitazione vera e propria. Il piano più alto rimase ancora per poco l’abitazione di Don Luigi, ultimo dei conti Vetoli. Sua figlia, la contessina Maria Pia, residente ancora per poco a Corcumello, giocava con tutti noi nei locali a pianterreno (l’attuale casa parrocchiale fu fatta costruire per opera di Don Vincnzo su un preesistente fabbricato ridotto in macerie).

In quelle sale il parroco ebbe modo, come accennato, di entrare in confidenza con i ragazzi e i giovani parrocchiani, per farne la colonna portante della sezione maschile dell’Azione Cattolica e per reclutare eventualmente futuri Pastori (alle donne e alle ragazze pensavano le suore, seguendo le sue direttive). La sala giochi era frequentata in prevalenza dai maschietti, com’era normale allora. Le ragazze avevano altri compiti da svolgere soprattutto in casa. Ai più assidui frequentatori insegnò a fare il chierichetto. I ragazzi facevano a gara per accaparrarsi la “cotta” bianca, veste indossata durante lo svolgimento delle funzioni religiose che allora, fra vespri, novene, canto del mattutino e delle “laudi” (eseguiti dagli appartenenti alle congregazioni del Santissimo Sacramento e della Madonna del Rosario), sante messe e processioni erano un bel numero.

Alla gara partecipò qualche volta anche chi scrive, che solo una volta riuscì ad arrivare primo. Fu all’inizio delle funzioni preparatorie della ricorrenza di San Nicola, titolare della parrocchia. Senonché uno spiritello dispettoso o un diavoletto in vena di scherzi gli aveva preparato una sorpresa. La festa di San Nicola, come si sa, cade all’inizio del mese di dicembre, quando l’oscurità della sera arriva presto. Dopo aver attraversato la navata della chiesa di corsa, il sottoscritto entrò per primo in sacrestia, inseguito dagli altri concorrenti. Alla fioca luce che penetrava da una finestra in alto, intravide una figura immobile in mezzo alla sacrestia: era la statua barbuta di San Nicola benedicente, messa lì per qualche intervento prima di essere esposta in chiesa. Prima di rendersi conto della situazione, un grido tagliò l’oscurità che, penetrato nelle orecchie, andò a infiammare la sua fantasia e quella di chi lo seguiva. “Jo Chiavaro!” rimbombò dentro le mura della sacrestia. Con il cuore in gola, dopo un attimo di indecisione, assalito dalla paura, il sottoscritto si girò di scatto e fuggì come un lepre facendo il percorso a ritroso con gli altri appresso, senza sapere cosa stesse succedendo. Chi aveva gridato: “Jo Chiavaro”? Mistero. Chi era o cosa era jo Chiavaro? Nessuno lo sa. Nella fantasia dei più piccoli, era stata fatta entrare questa figura misteriosa, un misto di fantasma buono e nello stesso tempo minaccioso. Nessuno di coloro che ne parlava però lo aveva mai visto o aveva avuto a che fare con lui: si nascondeva – dicevano – fra il campanile e la sacrestia. Non aveva mai fatto né del bene né del male a nessuno, ma nelle giovani menti suscitava timore vero.

Torniamo a noi: a don Vincenzo e alle sue attività. Don Vincenzo allestì una compagnia teatrale, che si esibiva nella sala sulla destra della scalinata principale della chiesa, a suo tempo, forse, usata come magazzino dai conti Vetoli; lo stesso locale che qualche anno dopo avrebbe ospitato il bar di Fraviuccio. Chi scrive, con alcuni giovani che la frequentano, prese parte ad alcune rappresentazioni, di cui ricorda ancora i titoli e qualche battuta. Uno in particolare, che narrava le vicende dell’eroe germanico Arminio, già comandante di soldati romani e che in seguito si ribellò e li sconfisse nella foresta di Teotoburgo. (A causa di questa sconfitta gli storici romani narrano che l’imperatore Augusto, allora regnante, vagando come un fantasma nelle stanze e nei corridoi del suo palazzo imperiale, sopraffatto dal dispiacere, chiamava il comandate della legione chiedendogli conto della sconfitta disastrosa. Ripeteva: “Varo”, -comandante delle legioni romane- “ Varo, dove sono le mie legioni?”). Ricordo anche alcuni versi di una cantilena, cantata un po’ goliardicamente dai rivoltosi di Arminio o forse dai soldati romani (alpini prima maniera?…) che faceva:

Noi siamo alpin, noi siamo alpin
Ci piace il vin, ci piace il vin
A noi piace bere,
Combattere e morir

Si rappresentò anche un testo che parlava di spionaggio intitolato La quinta colonna, di cui ricordo solo il titolo. Non mancavano naturalmente i testi tratti da episodi religiosi o dalle Sacre Scritture, nei quali era indispensabile la presenza di un angioletto. Toccò anche a me qualche volta mettere le ali dietro la schiena. La sala era sempre piena di spettatori che partecipavano alle rappresentazioni, fossero esse edificanti o profane, con grande interesse.

Nei locali confinanti con il “castello”, e nel castello stesso, i più piccoli ebbero l’asilo, dove iniziavano a prendere contatto con le regole fondamentali di educazione e i principi della religione. La conduzione dell’asio fu affidata alle suore Maestre Pie Venerini. Negli spazi del terrapieno i piccoli passavano il tempo dedicato ai giochi. (Chi scrive, in età giusta fu tra i primi ad approfittare della novità!). Le femminucce giocavano a “coselle” o a “bricce”. I maschietti trascorrevano il tempo libero a costruire piste di terra, nelle quali facevano correre sassolini, bottoni e qualche volta palline di vetro, disinteressati completamente al panorama che si poteva ammirare e alla storia che calpestavano, sotto l’occhio vigile delle suore. Queste insegnavano catechismo, buone maniere e canti. E poi a mezzogiorno c’era sempre pronto un piatto di minestra, che forse non era il non plus ultra del gusto. Ma nessuno ci faceva caso. Ci recavamo alla mensa in fila ordinata più di una processione, cantando una specie di litania di ringraziamento alla cuoca suor Lucia:

Andiamo a tavola compagni cari
È giunta l’ora di desinare
Tutto è buonissimo, tutto mi piace
Quando si desina in santa pace.
Quant’è buona la minestra
Che si mangia dalle suore!
E’ contenta suor Lucia
Che incomincia a scodellar.
Trallallà, trallallà tutti in tavola a mangiar.

Un Brano davvero indimenticabile! Finito il pranzo, ci si riposava con la testa appoggiata sul piano del banco. L’impegno del parroco e le sue amicizie, fra cui quella con monsignor Masci, condussero più di una volta il Cardinale Ottaviani a Corcumello, che in una occasione fu, suo malgrado, protagonista di una figura non proprio edificante, quando venne invitato per inaugurare il nuovo acquedotto e benedire una nuova campana destinata a far compagnia alle e due già presenti. Nello spazio antistante la chiesa parrocchiale fu allestita una sorta di fontana con l’acqua portata da un tubo di gomma dalla quale sgorgò, all’improvviso l’acqua, a testimonianza che “l’acquedotto” – disse l’oratore di turno – “funziona perfettamente”. Il cardinale benedisse acqua e acquedotto fra gli applausi convinti dei presenti; dopo un breve saluto prese congedo e ripartì per fare ritorno in Vaticano. Sparito il Cardinale, la fontanella improvvisata incominciò a tossire e in men che non si dica sparì anche l’acqua che portava. Lascio alla vostra immaginazione le reazioni dei presenti…L’occhiataccia del Parroco penetrò nell’azzurro del cielo da sembrare a tutti come una richiesta di giustizia a Colui che forse era divertito come molti dei presenti alla cerimonia.

Prima di chiudere questo capitolo (naturalmente si tratta di una piccola parte di quanto don Vincenzo fece a Corcumello) mi permetto un’ultima pennellata che aiuti a comprendere meglio il carattere dell’uomo Vincenzo. E’ un fatterello che mi riguarda. Mia madre, un giorno d’estate, incontrò il parroco e gli chiese come mai il turno di Ettore per andare alle colonie marine non veniva mai. Don Vincenzo la guardò come solo lui sapeva fare e senza scomporsi le rispose: “Ettore? Chi lo conosce Ettore?” Naturalmente il parroco conosceva molto bene Ettore, ma in quel periodo evidentemente qualcun altro era più conosciuto di Ettore, il quale dovette accontentarsi di vedere il mare la prima volta qualche anno dopo in quel di Terracina dove lo portò don Mario Ojetti a consegnare i pacchi della POA (Pontificia Opera di Assistenza).

Ettore

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