Riflessioni di Settimio nel gelo

…all’amica Nadia di Segni,
che sola crede che io debba
continuare a scrivere…

Un mio zio, dal parlare fluido e colorito, inframezzato da imprecazioni e a volte da bestemmie, che non sembravano tali, tanto gli venivano spontanee, mi raccontava spesso, pensando di non averlo mai fatto prima, una storia, che ebbe come protagonisti un suo cugino, che chiamerò Settimio, e don Alessandro Vetoli. Il sottoscritto, data la sua tenera età all’epoca del racconto, si scusa per non essere riuscito a capire dove finiva la verità e dove iniziava l’invenzione. C’è voluto non poco impegno per ricostruire l’avventura di Settimio alle prese con Don Alessandro Vetoli, col freddo intenso di un inverno rigido, con la neve che ricopriva i campi e le strade , con un avvocato di Avezzano, con la rabbia del protagonista e con i suoi pensieri che lo accompagnarono durante il tragitto da Corcumello ad Avezzano rigorosamente percorrso a piedi, come si usava allora.
Don Alessandro Vetoli (a Corcumello “don Alissandro”), come pare facessero anche i suoi predecessori, per i suoi affari urgenti e delicati si serviva a volte di “corrieri” paesani fidati. Uno dei più citati in paese era Zi’ Natale che all’epoca dei fatti qui narrati era avanti negli anni. Di lui qualcuno riferiva che una volta fu mandato a Roma a piedi, percorrendo per un tratto il sentiero che i pellegrini battevano per andare al santuario della Santissima Trinità di Vallepietra e imboccando poi quello che conduceva a Subiaco e di lì a Roma ripercorrendo, forse, l’itinerario che le legioni romane avevano tracciato per raggiungere il lago di fucino e Alba Fucens. Segni del loro passaggio qualche ricercatore lo ha individuato nella strada che da Pagliare sale al valico di monte Girifalco e scende poi per via Piana, che noi corcumellani conosciamo bene.
I suoi contemporanei non ci hanno riferito i pensieri e le sensazioni che accompagnarono Zi’ Natale durante il viaggio o quali fantasmi si affollassero nella sua mente di notte, vinto dalla fatica. Conosciamo meglio quelli di Settimio, per averli rivelati lui stesso. Tutto ebbe inizio una mattina di gennaio quando don Alessandro Vetoli mandò a chiamare l’uomo per una delicata missione.-Settì- gli disse senza giri di parole quando gli fu davanti. -ho bisogno di un favore. Un grande favore. Ed è anche urgentissimo. -Se posso don Alissandro, perchè no? Di che si tratta?- domandò Settimio.-Dovresti andare subito ad Avezzano a portare questa lettera all’avvocato…- Il conte pronunciò il nome che noi ci asteniamo dal ripetere.
-Proprio adesso?- azzardò Settimio.
-E quando allora?- confermò il conte.
-Forse vostra Signoria non ha visto la neve né sentito il freddo che fa- fece notare Settimio.
– Settimio, se ci vuoi andare, non è il caso di accampare scuse. Se non me lo dici, chiamo un altro…- tagliò corto don Alessandro.
Settimio avvertì che il conte era nervoso perché non aveva alternative a disposizione. Capì anche che quella lettera doveva essere consegnata con urgenza e che a don Alissandro non poteva dire di no. Perciò accettò. Il conte fu sollevato dalla decisione dell’uomo. Prese la lettera chiusa da un cassetto dello scrittoio e gliela consegnò. Settimio se la infilò nella tasca della giacca, cercando di non piegarla.
– Mi raccomando… E se ti dà una risposta, portamela subito.- Poi vedendo che Settimio non si muoveva lo sollecitò ad andare.
-Vado.- disse Settimio uscendo quasi di corsa. Fatti pochi metri, giunto dvanti alla chiesa parrocchiale forse assalito da un ripensamento, alzò gli occhi verso il colonnato della stessa e mormorò qualcosa, che rimase un segreto fra lui e il Padreterno. Dopo il frettoloso sguardo riprese a scendere verso casa. Indossò il vecchio pastrano, spiegò in due parole alla moglie cosa avrebbe dovuto fare per don Alissandro e prima che la donna potesse aprire bocca sparì verso la Costa, per raggiungere Santi Petri, e di lì imboccare la strada per Cese ed Avezzano. A quel punto nessuno più poteva dissuaderlo, nemmeno il diavoletto che si portava dentro. Ne avrebbe discusso certamente in silenzio o a mezza voce, ma lui non avrebbe avuto tentennamenti.
Nonostante la neve, per la verità alta solo pochi centimetri, fino a Santi Petri non incontrò difficoltà. I paesani che erano passati prima di lui per recarsi alle stalle avevano tracciato un viottolo, che trovò agevole seguire. Già prima di arrivare “ajo rottono” però, il viottolo battuto dai compaesani mattinieri s’interruppe. Iniziava la campagna e la strada, o meglio, la carrareccia per Cese ed Avezzano. Così bianca gli parve quella neve, uniforme, silenziosa e abbagliante da sembrare più fredda di quella appena lasciata dietro. A quella vista si sentì come spaesato. Sembrava che non ci fossero più punti di riferimento, tanto che ebbe qualche difficoltà anche ad orientarsi. Dal manto della neve uscivano solo qua e là ciuffi di rovi ed erbacce tutte uguali. Sopra la sua testa vegliava e camminava con lui una sbiadita luna diurna. Sulle sue labbra affiorò un sorriso più somigliante a una smorfia. Ci sarà la neve sulla luna?-. Si domandò. -Quando torno lo domando a don Alissandro. Lui ha studiato… Certo che ha studiato, altrimenti come farebbe a scrivere a un avvocato di Avezzano? ….. Una voce che non riuscì a capire se proveniente da dentro o da fuori di sé gli chiese: Settì, parli da solo?- Si sorprese non poco a sentirla. Fra Corcumello e Cese non c’era anima viva e gli venne da domandare: -chi sei e dove stai?- -Nemmeno mi riconosci?- Lo rimproverò la voce. -Io sono tu che in certe circostanze, per farti compagnia parli con te stesso. Sei sempre tu che ti fai le domande e ti dai le risposte. Mi sembri Fra’ mmoco.-… -Perché Fra’ mmoco che fa?- domandò.
-Non venirmi a dire che non l’hai mai sentito e visto più di una volta la sera quando sale da Pede la Piaia, davanti alla casa di Duilio e di ‘Zugnitto un po’ curvo in avanti mentre parla da solo e gesticola con le mani e le dita dietro la schiena!…
Settimio si ricordò di aver assistito quella scena e sorrise un po’ preoccupato Stava facendo come Fra ‘mmoco. Subito dopo però si preoccupò.
-Mi sono distratto un attimo- e la neve abbagliante o forse la rabbia che mi porto dietro mi hanno fregato. Settì!- si disse.. datti una calmata- Si voltò indietro per rendersi conto di quanta strada avesse fatto. In lontananza vide Corcumello avvolto in un velo azzurrino. Percepì anche dei rintocchi dell’orologio senza riuscire a contarli. – Che ore saranno?- si domandò. Non ebbe risposta. Allora guardò intorno per avere qualche certezza. Non c’era nulla e nessuno. Così decise, dopo calcoli non si sa basati su che cosa, che all’incirca erano le nove o poco più. Constatò anche con soddisfazione che era più vicino a Cese che al suo paese. Forse a Cese avrebbe incontrato qualcuno per domandargli l’ora. Ma alle Cese non hanno nemmeno l’orologio- si disse. Forse c’era prima del terremoto, ma non se lo ricordava. -Del resto Cese che paese è? Nulla in confronto a Corcumello, che poteva vantare un castello, la torre dalla quale si vedeva mezzo mondo… La chiesa che era una meraviglia, i conti…- L’elenco terminò di colpo. La parola “conti” imponeva una riflessione. Date le circostanze non era del tutto convinto che i conti fossero stati una cosa da portare come paragone per farsi invidiare.
-Forse quelli era meglio non ci fossero stati… Già, ma se non c’erano i conti non c’era nemmeno il castello. Perché ci può stare un castello senza conti?…-. Boh! Il ragionamento si complicava. Settimio tagliò corto e concluse: -Le cose stanno così: a Corcumello ci sono i conti e alle Cese no. Corcumello ha il castello e alle Cese nemmeno se lo sognano. Accompagnato da queste approfondite riflessioni Settimio senza accorgersene era entrato nell’abitato di Cese e fu giocoforza uscire da quei voli della fantasia. Sperava di non incontrare nessuno perché non sapeva come avrebbe reagito ad eventuali domande. Ma la fortuna non era dalla sua. Stava per imboccare lo stradello che sale sul monte Salviano, quando un’ombra infreddolita, avvolta in un mantello scuro, sbucata chissà da quale vicolo, lo salutò:
-Paesà, dove vai a quest’ora e con questo tempo?… Settimio fece finta di non sentire. L’uomo aggiunse, ridacchiando: -Nemmeno i frati della Madonna ti assolveranno per questo peccato-… Non c’era malignità nelle sue parole, pensava solo di salutare in modo scherzoso. Settimio però prese male la battuta. -Perché io sarei un peccatore?- ribatté stizzito. -Chi ti dà il diritto di giudicare? Mi hai visto fare peccati? …Siamo parenti? Ci conosciamo?… E vado dove mi pare!- concluse. E senza aggiungere altro, nemmeno che ora era, incominciò a salire verso il valico senza fare nemmeno più caso alle parole dell’uomo, che in qualche modo cercava di scusarsi: –
-Era solo una battuta per salutarsi…-. Gli gridò dietro lo sconosciuto.
Settimio trovò la strada verso Pietracquaria meno faticosa di quanto temesse. La neve era quasi del tutto sciolta essendo il monte da quella parte esposto al sole. Dopo una pausa, il suo compagno di viaggio riprese a stuzzicarlo e lui non poté fare a meno di dire la sua: -Che impiccioni alle Cese. Non sono capaci di farsi gli affari loro. Sempre da ridire… Sempre qualcuno in mezzo alla strada… E pretendono pure che uno abbia sempre la testa giusta… Forse non sarà vera la storia del giudizio, comprato a Roma e perso a “monto Rutto”, ma questi lo farebbero perdere a tutti, il giudizio…-
Preso dalla foga delle sue invettive, l’uomo non sembrava avvertire più nemmeno il freddo pungente e saliva di buona lena. In men che non si dica giunse al valico del monte Salviano. Un po’ più su del valico c’è il Santuario della Madonna di Pietracquaria e il convento dei frati cappuccini. L’attenzione di Settimio fu attirata da un coro che gli sembrò scendere dal cielo e che spazzò via dalla sua testa tutto il rumore che l’aveva accompagnato fin lassù. La sua mente salì con le note del canto forse fino in cielo, avvertendo una pace mai provata prima. Non poté fare a meno di mandare un pensiero riverente al Padrone di tutto. Sentendo quel canto fu tentato di raggiungere la cappella del convento per ascoltare meglio, magari recitare un’orazione per essere giunto sin lassù e quasi ad Avezzano, che stava proprio alla fine della discesa del monte. E forse chissà avrebbe rimediato anche qualcosa di caldo da mandare nello stomaco. Ma ricordò la fretta che gli aveva messo don Alissandro e a malincuore continuò per la sua strada, lasciando sempre più lontane le note del canto. “Beati loro”- non poté fare a meno di commentare-. -Come si fa a non andare in Paradiso?: Senza moglie, senza figli e senza i conti che qualche volta ti strappano le Madonne-. -Lascia stare il Paradiso di là da venire, se verrà…- gli suggerì l’altro lui. -Pensa alla vita che ti è toccata da vivere. Ti pare giusta?…-
-Che ne so io cosa è giusto e cosa è ingiusto?…- rispose Settimio. -Ma che ci possiamo fare. Siamo nati così e così moriremo… Ma anche i ricchi moriranno -aggiunse- e anche i frati che stanno cantando-.
-Ma da ricchi- aggiunse l’altro -e da frati…-.
-Non ho voglia di discutere con te, perciò lasciami stare- .
La strada che scende ad Avezzano attraversa una pineta con pini che allora non erano alti come ora. Correva voce che quei pini erano stati piantati dai soldati austriaci fatti prigionieri nella guerra mondiale. Ma forse quei prigionieri non erano solo austriaci. Si fermò un attimo e pensò che di quella guerra lui, Settimio, non aveva capito nulla. Si sparavano contro gli italiani, già italiani e quelli che sarebbero diventati italiani. Che strana guerra!… Mentre rifletteva non si accorse del sopraggiungere di un frate, o almeno tale asembrava dal saio che indossava. Il frate saliva verso il convento proveniente sicuramente da Avezzano, sembrava affaticato e infreddolito e portava appesa al collo una bisaccia, non del tutto piena ma che pareva abbastanza pesante. L’uomo che saliva il monte, affaticato e infreddolito per salutarlo anche lui come il cittadino di Cese domandò: -Buonomo chi ti spinge da queste parti con questo tempo?-.. La risposta naturalmente per rispetto al saio non fu la stessa almeno nel tono della voce. -La stessa cosa potrei chiedertela io.” rispose Settimio. -E perdipiù con quella bisaccia al collo che non mi pare tanto leggera”. Subito dopo aggiunse: -A me uno delle Cese, poco fa mi ha dato del pazzo. Come dovrei considerare te?. -Anche a me danno del matto ma non me la prendo. Io sono veramente un po’ fuori di testa, ma sono pazzo di Dio, nostro Creatore. Sono un frate e vado al convento con la carità delle persone pie. -Ah- esclamò Settmio rassicurato, allora non sei un frate vero. Sei un Picozzo-. Il frate a sentire quella parola scoppiò a ridere. Settimio ne approfittò e precisò: Anche noi a Corcumello ne abbiamo uno. Lo chiamano per consiglio quando uno sta male e per recitare qualche preghiera, se il malato è un po’ grave…- Che vuol dire picozzo?- riuscì a chiedere infine il frate.- Un frate cercatore. Un inserviente insomma. Portando quel sacco si potrebbe anche dire: un frate da soma- riprese Settimio finalmente divertito. -Sono abituato a questa soma- precisò il frate- Mi è compagna quasi tutti i giorni. Il padre superiore dice che portandola guadagnerò il Paradiso-…
-Può essere – commentò Settimio – ma dimmi la verità, anche tu qualche volta l’hai mandato… a quel paese il tuo padre Guardiano-.
-Ohibò, protestò il frate. – Mica sono matto davvero…- così dicendo si allontanò per la sua strada. Anche Settimio continuò per la sua un po’ più allegro.
Finalmente, Avezzano! Non fu difficile a Settimio trovare l’abitazione dell’avvocato, seguendo le indicazioni del conte e di qualche passante. Era un villino recintato a pochi metri dalla strada. Settimio si avvicinò al cancello e suonò il campanello. Non rispose nessuno. Suonò di nuovo e di nuovo non ebbe risposta. Incominciò a battere i piedi per terra per il freddo e a spazientirsi. Suonò ancora. Finalmente una voce che sembrava venire da molto lontano chiese gridando: -Chi è?-. Con lo stesso tono, quasi un grido liberatorio, Settimio rispose: “Amici!”. L’uomo che andò ad aprirgli non ispirò molta simpatia in Settimio, che tirò fuori la lettera dalla tasca e mostrandogliela disse:- Da parte di don Alessandro Vetoli. Devo consegnarla all’avvocato…- . L’uomo quasi strappandogliela dalle mani, lo fece entrare in casa e gli intimò: -aspetta lì- indicandogli un angolo dell’ingresso. Quindi scomparve dietro una porta che si chiuse alle sue spalle. Fatti i suoi comodi, l’uomo riapparve, gli consegnò una nuova busta chiusa, che immaginò fosse la risposta e lo congedò dicendogli solo: “puoi andare”, con uno sguardo più sprezzante del gelo di Avezzano. Settimio intimorito o per vendicarsi, non salutò nemmeno lui, e uscì per far ritorno a casa.
La strada del ritorno, come quasi sempre accade, sembrò anche a lui più breve. Ma nonostante la stanchezza e la fame, nonostante la salita ripida verso il valico, non potè frenare del tutto la sua mente. Quell’avvocato aveva reso ancora più insopportabile quella giornata. Ma per il pover’uomo purtroppo non era ancora tutto. Si rifece vivo il compagno di viaggio: “i signori, caro mio, sono egoisti e non si rendono conto che senza di noi su questa terra non ci sarebbe posto nemmno per loro..”.- Il discorso non era del tutto comprensibile per Settimio, anche se in parte era amaramente d’accordo con l’altro, che pure lo considerava un capoccione. Ma non disse nulla. Alzò gli occhi dalla strada, guardandosi attorno. Si stava facendo tardi. Un sole infreddolito ancora illuminava Cese, Corcumello invece già veniva abbandonato. Monte Arezzo e Girifalco divoravano gli ultimi raggi di sole, benché la sera fosse ancora lontana. Si presentò a don Alessandro che erano le tre di pomeriggio. Il conte lo fece accomodare vicino al camino acceso, mentre leggeva ciò che gli aveva scritto l’avvocato. All’improvviso alzò il tono della voce: -Settì, che hai combinato?- gli domandò.
Settimio, che si godeva quel calduccio, sognato per tutto il viaggio, non rispose subito, tanta fu la meraviglia per quella domanda. Ripresosi, chiese a sua volta spiegazioni: -che ho combinato?-
-Senti cosa scrive l’avvocato -…Post Scriptum.: “e non mandarmi più questo zoticone!”-
Sempre più sconcertato e meravigliato e questa volta anche risentito, tanto da lasciarsi sfuggire un’imprecazione, sbottò:”zoticone io?” e gli raccontò come si era svolto l’incontro con l’avvocato. Il conte, che evidentemente conosceva l’avvocato, cercò di calmare Settimio che non voleva darsi pace.”Zoticone, io, e lui allora?” ripeteva.
“Va bene, Settimo non ci pensare più e ora calmati. Vai a casa che i tuoi staranno in pensiero. Ci vediamo poi con calma…”
A quel punto Settimio uscì per tornare a casa, ma non riusciva a decidere se doveva prendersela più con l’avvocato o con don Alissandro. In fondo sia l’avvocato che il conte lo avevano, per così dire, licenziato….

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