La “panetta” di San Nicola

La vita quotidiana di Corcumello -ma lo stesso è probabile che possa dirsi di quasi tutti i paesi a prevalente cultura pastorale e contadina- era permeata da un profondo senso di sacralità e religiosità. Sacra la vita, dono di Dio, sacra la terra, francescanamente nostra buona madre, perché  dà e  alimenta la vita. Ad essa era dedicata grande cura, dimostrata giorno dopo giorno col sudore versato dai suoi figli per lavorarla e per averne  sostentamento. Accarezzata con la zappa o penetrata con la vanga o lacerata dall’aratro, ogni contadino  sapeva come trattarla senza provocarle danni.
Sacro era il pane. Era un sacrilegio riporlo nella madia a testa in giù, per rispetto a Gesù Cristo, che lo aveva dato, perché si sarebbe “reotecata” anche la Sua  faccia (1).
Sacri gli animali domestici.  Ad essi: vacche, somari e muli (le cavalle erano un lusso che pochi potevano permettersi) in modo particolare erano demandati i lavori più pesanti, in mancanza di macchine agricole, ancora di là da venire.
Una caratteristica contraddistingueva il mondo animale contadino: esso volgeva  prevalentemente al femminile. La donna lavora e partorisce  figli per  perpetuare la razza e il buon nome della famiglia. Le pecore figliano e danno latte per i piccoli, formaggio per i grandi e lana per vestirsi. Le gatte cacciano i topi, mentre i maschi fanno le fusa vicini al fuoco. Il destino della stragrande maggioranza  dei maschi degli animali domestici  era segnato dalla nascita: essere venduti o sacrificati nelle ricorrenze festive o familiari, eccetto quelli strettamente necessari. Si lasciava in vita un gallo per pollaio o un montone per un normale gregge di pecore, anche per evitare duelli accaniti fra i concorrenti nel tempo degli amori. L’aspettativa di vita delle femmine perciò era molto più alta. Si vendevano o si “cucinavano” quando iniziavano a diventare un peso. Le galline quando mangiavano soltanto e non facevano più uova o quando qualche malanno o la vecchiaia le “intontiva”.  Ma anche  dal gallo si aspettava il meglio dopo il regno in mezzo al suo   harem e dopo che si era designato il suo successore. Il senso del sacro e le ricorrenze religiose non scandivano solo i giorni di festa, ma indicavano quando era ora di dare il via alle semine o  riposarsi e  distrarsi.
La semina del grano, per dire, non iniziava intorno al 21 settembre, ma a San Matté (San Matteo) che era sempre il 21 settembre. La sapienza antica, tramandata da anni di esperienza, sentenziava: “A san Matté sementa lo ‘rano, se lo té”(2). Il quale grano iniziava a spigare alla “Scenza” (Ascensione), quando “l’orzo spiga e lo rano comenza”.  Tuttavia con qualche approssimazione, visto che la Scenza non cade in una data fissa .
C’era un santo per ogni avvenimento, come c’era un dio o una ninfa o un fauno per i nostri antenati. Si invocava la benevolenza dei santi per avere un aiuto nei momenti difficili o per raccomandare il raccolto e si allestivano processioni per propiziarsi la pioggia e la fine di siccità insistenti. Alla salute degli animali era preposto naturalmente Sant’Antonio Abate, a cui i nostri progenitori hanno dedicato in tempi antichi una chiesa, che speriamo si riesca a custodire per la storia che rappresenta e tramanda. All’avvicinarsi della sua festa, 17 gennaio,  in paese tornavano gli zampognari dai paesi vicini e forse dalla Ciociaria, cantori delle sue opere sante, nella speranza di ottenere la “panetta”, un aiuto per far fronte alle ristrettezze alimentari quotidiane. Si presentavano alle padrone di casa cantando:”Ecco qua cara signora,/ siam venuti co canti e suoni;/ s’avvicina Sant’Antonio, / il nemico del demonio”. E dopo aver raccontato per sommi capi episodi della vita del Santo, concludevano: “Abbiamo cantata la ‘razionella (piccola orazione), /se vi petiamo la panetta,/ non la potete voi negare;/ in onore di Sant’Antonio Abate”.(3) Non si poteva dire no a Sant’Antonio e gli zampognari ricevevano la panetta.
Allora come ora il parroco  scendeva  a  Pede la Piaia, sede allora delle stalle, e impartiva la tradizionale benedizione a distanza. Ai santi  ci si raccomandava anche per essere salvati dagli inganni degli spiriti maligni o delle streghe, che popolavano la fantasia di grandi e piccoli. Dai loro dispetti non si salvavano nemmeno i cavalli e soprattutto le loro code e le criniere, che di notte le streghe dispettose, divertendosi,  intrecciavano. Poi soddisfatte spiccavano il volo a cavalcioni del manico della scopa di saggina, recitando la formula: “sopr’acqua e sopra vento, portami alla noce di Benevento”, dove si pensava avessero i loro conciliaboli. Per impedire il loro ingresso in casa durante la notte a turbare il sonno e il riposo degli abitanti, si turava il buco della porta, riservato al passaggio del gatto, con la scopa fitta di steli di saggina, fra i quali dovevano districarsi se volevano entrare prima del sorgere del sole). Le avventure delle streghe popolavano i racconti e il sonno anche degli uomini che riposavano, dopo una giornata faticosa, nei pagliai del Fucino dai cui terreni avevano  cavato  patate tutto il giorno. Di racconto in racconto, avvolti dalla luce tenue della luna, erano presi dalla stanchezza accumulata e dal sonno e non avevano nemmeno tempo e la forza di pensare alla moglie e ai figli lasciati in paese.
Ho lasciato per ultimo San Nicola, il  Santo dal quale ha preso ispirazione  questo pezzo e con  il quale il nostro paese ha un  legame privilegiato, anche se con l’andare degli anni si è molto affievolito. I nostri padri, o chi per essi,  hanno affidato alla sua protezione la parrocchia, dedicandogli la chiesa più importante e bella del paese, anche se depauperata di qualche opera: della sua bella balaustra, ad esempio,  che divideva lo spazio riservato ai fedeli da quello riservato al celebrante e soprattutto della tavola della Madonna con Bambino. A mio parere non è campata in aria l’idea che la nascita dell’attuale Corcumello vada di pari passo con l’inizio del culto a San Nicola. Sarebbe interessante scoprire per quali strade  un Santo portato dalla Turchia, sua patria, dai devoti baresi sia giunto a noi. Opera degli storici… Ma va detto che nel mare magnum degli avvenimenti che  formano la storia, questa è certamente una piccola cosa. Soprattutto non è lo scopo di questo scritto indagare. Quello che qui interessa è il fatto che a Corcumello quando si parlava di “panetta” si pensava proprio a San Nicola, famoso per la sua generosità nell’aiutare i più derelitti. In ricordo delle sue opere di bene il giorno della sua festa, sei dicembre,  veniva distribuito alla popolazione un panino benedetto, la “panetta” appunto.  (Il sottoscritto la ricorda arricchita da una fettina di mortadella, stranamente più scura di quella che oggi conosciamo). Non so se la tradizione continua ancora. Certo è venuta meno la spinta iniziale e la volontà di chi aveva innalzato il Santo a tali onori. Il tempo  cancella tradizioni e devozioni se non sono debitamente alimentate. Così San Nicola  titolare  della parrocchiale, nella gerarchia dei santi venerati in paese non occupa il posto che dovrebbe, venendo dopo i due Antonio e naturalmente San Lorenzo. Forse perché una “panetta” non è sufficiente a suscitare gli entusiasmi dei fedeli…

Ettore Ruggeri (“Curcuma”)

(1) Vedi:“Corcumello e la sapienza del suo popolo” di Padre Livio Addari O.F.M.
(2) Ibidem.
(3) Ibidem

I commenti sono chiusi