Il Quarantotto (e dintorni) di Corcumello

C’è un anno che è diventato sinonimo di casino per alcuni, per altri invece inizio di nuovo ordine politico e sociale. E’ il Quarantotto. Il 1848, per la precisione, anno in cui fremiti di libertà, indipendenza e conseguenti tumulti attraversarono mezza Europa, Italia compresa. Da quell’anno infatti, nonostante tutto, gli italiani, per restare a noi, o quelli che, secondo le aspettative dei padri della patria, erano candidati a diventare tali, incominciarono a parlare con più insistenza dell’Italia unita, sognando e progettando una patria comune per tutti gli abitanti dello stivale, “dalle Alpi al Lilibeo”, secondo il verso poetico di Manzoni, e libera dagli occupanti, che per la verità in pochi lo erano e chi soffiava per alimentare le voci che tutti fossero tali, ambiva a diventare a sua volta invasore e occupante, come molti italiani tenuti fuori dal progetto ebbero modo di sperimentare. All’inizio, come è risaputo, l’affare di unire gli italiani, suscitò entusiasmo soprattutto fra i giovani di certi ambienti della società che non avevano particolari problemi di sopravvivenza giornaliera, negli intellettuali e in chi era più direttamente interessato, cioè i Savoia: che parlavano francese e dicevano di voler “fare” gli italiani.

Ma questo è un discorso che esula dai fatti che vogliamo raccontare e che si svolsero cento anni dopo, anche se ci sono delle affinità fra i due quarantotto, benché li dividano cent’anni. Parlo del 1948, anno altrettanto incasinato e per certi aspetti anche di più. C’era da salvare anche questa volta l’unità e l’indipendenza dell’Italia. Chiudere definitivamente con il Fascismo e con una guerra sanguinosa e insensata, voluta per megalomania. Finirla con le vendette degli anni immediatamente precedenti e inventarsi una forma di stato e di governo il più possibile democratici. Impresa per nulla facile perché abbiamo imparato che dietro la parola democrazia si può nascondere un po’ di tutto. Ognuno ci mette dentro quello che più gli fa comodo. Diremo perciò, per semplificare, che gli italiani il 18 aprile 1948 furono chiamati a scegliere fra due punti cardinali: oriente e occidente. I cittadini europei, come stabilito a Yalta dai “grandi”, avviati a vincere la guerra, si erano trovati divisi: quelli dell’ovest e quelli dell’est, da una decisione presa non si sa in base a quale logica. L’unica spiegazione plausibile alla base della decisione fu quella dei rapporti di forza e della paura di continuare una guerra che aveva seppellito il continente sotto una montagna di cadaveri e di macerie. Tutti scontenti. Ma lo scontento allora era parso l’unica forza e speranza di durare che la pace, faticosamente raggiunta, avesse.

Questo era il significato più sentito e discusso della tornata elettorale indetta per l’elezione del primo parlamento repubblicano; e questo compresero anche gli elettori di Corcumello, benché sapessero poco o nulla di Yalta. Capirono anche che la scelta era limitata: o stare con gli Stati Uniti e con essi nello schieramento degli occidentali o entrare a far parte dello schieramento orientale nell’area dominata dall’U.R.S.S. con Stalin e con il “Progresso”, in una sorta di paradiso terrestre, come alcuni promettevano forse un po’ esagerando. A questo proposito anche il parroco aveva buon gioco a mettere in guardia i creduloni e ripeteva senza mezzi termini che chi metteva in giro quelle chiacchiere era un ignorante esaltato e sentenziava: “il Paradiso questi miscredenti nemmeno lo immaginano. Non è fatto per loro! Il Padreterno non li farà avvicinare nemmeno alla porta per vedere com’è fatto…”. Non mancarono naturalmente durante la campagna elettorale negli interventi dei candidati accenni a problemi più terreni, che anzi spesso prevalevano anche se un po’ vagamente: lo sviluppo e il benessere per tutti. Le promesse si sprecavano come 1948_aavviene in ogni campagna elettorale ed eccitavano sempre più gli animi che si aprivano alla speranza, man mano che la fatidica data del 18 aprile si avvicinava. Si accendevano le discussioni in piazza, all’osteria fra una partita a tresette e una a briscola, o all’uscita della messa domenicale, quando c’era un po’ di tempo per stare insieme e scambiarsi sensazioni e opinioni. Non mancavano i dispetti fra gli schieramenti e la voglia di fare di più, che non sempre era il meglio, nella speranza di acquisire nuovi proseliti, rubando voti allo schieramento opposto. Due gli schieramenti che aspiravano seriamente alla vittoria: quello raccolto sotto le insegne della Democrazia Cristiana e il Fronte Democratico Popolare, dentro il quale sventolavano le bandiere del partito Comunista e di buona parte dei Socialisti. Il Fronte popolare era più organizzato per la prova e si proponeva come portatore di grandi innovazioni nell’economia, nella vita di tutti i giorni e nei rapporti fra le persone. Soprattutto promettevano più partecipazione del popolo alla vita politica. In parole povere, più democrazia. Parola magica, che naturalmente poco aveva a che fare con la “Democrazia” dello schieramento opposto, che si qualificava “Cristiana”. Anche i suoi sostenitori difendevano la democrazia e i suoi valori, e non poteva essere altrimenti. Ma non solo quelli. Dava anche molta importanza alle tradizioni di un popolo fondamentalmente cristiano e cattolico. E sosteneva, fra le altre cose, che non si poteva lasciare la nazione nelle mani dei senza Dio, come suggeriva il parroco, secondo parole d’ordine venute dall’alto. Da allora non ci saremmo più liberati dai “conservatori” e dai “progressisti” con il tempo così intrecciati e confusi da non riuscire a capire le distinzioni.

Dato il clima, che non era prerogativa esclusiva di Corcumello, la lotta fu accanita, ma qualche volta anche divertente. L’impegno non mancava in nessuno dei due schieramenti. Dalle parole ai fatti. Gli attivisti facevano a gara nell’affiggere i propri manifesti con i propri slogan e a strappare quelli degli avversari. Strappavano quelli con la faccia di Garibaldi preso a simbolo di rivoluzionario della libertà dal Fronte Popolare, che lavorata in modo accorto dagli avversari si trasformava in quella di Stalin. Abbondavano falci e martelli, strumenti di fatica ben conosciuti, visi gioiosi e sguardi fiduciosi verso il futuro di giovani uomini e donne. Quelli della Democrazia Cristiana rispondevano con scene di famiglie unite dall’affetto gli uni per gli altri, con Donna Italia coronata e maestosa e con altri che mettevano in guardia dai trucchi di quelli del Fronte; e naturalmente l’immancabile scudo crociato. Sul muro del palazzo dei conti Vetoli un attivista rimasto ignoto ne affisse uno con la caricatura di Malenkov, Eugenij Malenkov, panciuto e sorridente, nell’atto di servire un piatto di spaghetti fumanti dal quale però facevano capolino teste di serpi. Era stato affisso talmente in alto che vi rimase a lungo, anche perché aveva fatto il suo tempo.

Non mancarono i comizi in piazza davanti all’osteria di Pasqualino. Come in tutti i comizi c’era chi a sentire le parole dell’oratore annuiva approvando con il movimento della testa giù e sù e chi la scuoteva a destra e a sinistra, poco convinto di quello che veniva detto e promesso. Francisco badava al sodo e preferiva esprimere le sue riserve sottovoce al vicino, che riteneva più informato.

-‘Ntò- gli chiese una volta- a te pare che possano essere mantenute tutte le cose che predicano?-

‘Ntonio con la mano appoggiata sotto il mento, guardandosi intorno per accertarsi che nessuno lo sentisse o vedesse, rispondeva:Che ti dico? Speriamo…-

-Quindi manco tu ci credi …-

‘Ntonio sorrideva divertito e rispondeva all’ingenuo: -Mica devi credere a tutto quello che dicono. Quissi devono fare il discorso e lo fanno…-

-Io però non non capisco tutte queste parole- commentò Francisco – Ne basterebbero quattro ben fatte per dire che ci devono far arrivare l’acqua, la luce, aggiustare un po’ il paese, che ancora si va avanti con i rinari e devi stare attento a passare sotto qualche finestra, perché rischi di prenderti una bella lavata di capo, sistemare qualche strada di campagna, per esempio via dejo Tricagno, tra le vigne, via delle Carroppe, che non si può passare per i pisciaturi degli asini e delle vacche…-

– Non hai capito – caro mio. Qui si parla dell’Italia, mica si ci può occupare di queste cose?- e forse voleva dire: sciocchezze.

A volte succedeva, quando l’oratore era più infervorato, che qualcuno nelle ultime file incominciasse a dare segni d’impazienza. Era il segnale che doveva iniziare il fracasso delle campanelle, quelle che di solito si legano al collo degli animali, o battere coperchi e pentole vecchie e barattoli di latta frammisti a sghignazzi e fischi per disturbare l’oratore. Erano quasi sempre ragazzi organizzati dagli avversari politici, che si divertivano un mondo, e che in un batter d’ali sparivano nell’oscurità verso jo Casarino o per la Costa, la via che porta a Santi Petri, o dietro il muro della fontana, verso il vicolo che passava vicino la casa dejo Generale, che generale naturalmente non era, anche se tutti lo conoscevano con quel soprannome.

Tutto sommato però non si registrarono incidenti. Il paese si comportò in modo civile. Fu una campagna elettorale come tante. Ma nel chiuso della testa di colui che si riteneva desse le direttive alla Democrazia Cristiana, prendeva corpo la sorpresa. Il giorno delle elezioni si avvicinava ed era l’ora di aprire la porta di quella testa. Una mattina Corcumello si svegliò come al solito un po’ svogliato e po’ intorpidito dal freddo della notte perché ancora la primavera non aveva del tutto accantonato l’inverno. Le donne uscivano di casa per andare alla fontana o a prendere qualche pezzo di legna alla cantina, o allo spaccio da zia Divina, ancora con le spalle avvolte dalla mantellina di lana se non dallo scialle; e gli uomini si avviavano verso le stalle e i campi con coppole e cappelli ben calcati sulla testa, qualcuno con la sciarpa al collo. C’era però nell’aria qualcosa di diverso dai soliti risvegli. Una certa eccitazione che si poteva cogliere dal parlare frettoloso e a bassa voce delle persone che s’incontravano: alcune scendendo dalla piazza verso lo spaccio a jo Casarino fino alla casa di ‘Ngelamata; altre dal vicolo dove abitava Garibaldi; altre che scendevano dalla strada davanti il macello di ‘Merìco incontravano quelle che salivano da Pède la Piàja e dalle Casette, dirette anch’esse allo spaccio. Come per magia o per un richiamo misterioso s’incontrarono allo stesso punto, Porta Cancello, da dove si poteva ammirare, nel bel mezzo del monte Arezzo, sopra jo Fraenito e appena sotto Via Piana, nel luogo dove qualche anno dopo avrebbero aperto un cantiere di rimboschimento, un enorme scudo crociato messo su nella notte affiancando pietra a pietra. Una bella fatica, non c’è che dire. Soprattutto una trovata che fece discutere quelli di sinistra e sorridere soddisfatti i democratici cristiani. Gli elogi e i rimbrotti furono subito diretti al bersaglio più scontato: – Il Signor Parroco! – sentenziò ‘Ngeluccio, che si riteneva capo e portavoce del Fronte Popolare paesano.

– Gliela faremo pagare!- ringhiò Tonino, che era appena sceso di corsa da Casimirro, avvertito non si sa da chi- A lui e ai suoi leccaculo. Lunedì faremo i conti!…- ‘Ngeluccio non replicò. Scuro in volto, lo fissò a lungo senza parlare. Sentiva venirgli meno la sicurezza della vittoria.

Il diciotto aprile finalmente si votò. Tutti sappiamo come andò a finire. Anche Corcumello contribuì alla vittoria della Democrazia Cristiana. Il parroco, secondo qualche bene informato, tirò un sospiro di sollievo. Nell’urna, Dio aveva guidato la mano dei suoi fedeli.

P.S.

Uno di quei giorni intorno al quarantotto, la contessina Maria Pia Vetoli, compagna di giochi, non si presentò nel cortile sotto casa e nei locali della parrocchia. Con suo padre, don Luigi, e con tutta la famiglia era partita in sordina, almeno così a noi parve. I fratelli Meco, Vincenzo e Omero, avevano già il cuore e la bicicletta in altre strade.

Di essi, dei conti Vetoli, dei loro predecessori, i De Pontibus, e della storia del paese rimasero le mura del castello, l’enorme palazzo, le finestre chiuse come occhi senza vita, i cortili selciati, calpestati nel tempo da uomini e cavalli, le mura di difesa e sostegno, le rimesse di Fuori le Mura, le storie che avevano scritto i Conti e il paese. Rimase la cappella di Sant’Anatolia, che da secoli era stata la meta per festeggiare la loro Patrona e protettrice, ma non più incrociata nel loro peregrinare dagli zéngari dejo Burgo, come li chiamavamo.

Per Corcumello si prospettava un quarantotto più devastante, come per molti altri piccoli paesi. Molti dei suoi abitanti incominciarono a prendere coscienza della fatica di vivere con i pochi mezzi che esso tradizionalmente aveva offerto e offriva. L’agricoltura, principale fonte economica, complice l’eccessiva parcellizzazione dei terreni – ma anche a causa della guerra che aveva sottratto forze giovani ai campi – aveva avuto un contraccolpo negativo; e rincominciare parve a molti un’impresa senza ricompensa, anche se ognuno cercò di fare la sua parte. Si ripartì perciò dalla terra e dall’allevamento di qualche capo di bestiame, soprattutto piccole mandrie di pecore. Ma ormai fu chiaro che non era più possibile accontentarsi dei scarsi raccolti, o di barattare il granturco con i fichi, e gli altri prodotti della terra, ritenuti in sovrappiù, con quelli di cui c’era necessità. Si iniziò a percorrere l’unica strada che sembrava affrancarli da quelle ristrettezze: abbandonare il paese, anche se con il cuore in gola e con tanta voglia di ritornarci. Chissà, un giorno! Per padri, madri, figli e nipoti Corcumello divenne un paese sognato e rimpianto. A fermare la fuga a nulla valsero il formaggio giallo americano, conservato nelle “cutturelle”, né qualche cantiere di sistemazione primaria del paese. Un vero peccato per un paese che nei secoli era riuscito a mantenere la sua identità e acquistare rilevanza nei confronti dei vicini, ora tagliato fuori da programmi di sviluppo, dalle risorse economiche e lontano dalle principali vie di comunicazione; e privo soprattutto di una cultura imprenditoriale che fosse in grado di sfruttare le peculiarità dei prodotti locali. Vogliamo sperare che chi ci seguirà avrà più cura e rispetto di Corcumello di quanta ne abbiamo avuta noi. Ma senza volerci addossare tutte le colpe. In fin dei conti ci si rimetteva in gioco con tutti i rischi del caso. Non si è mai sicuri di vincere al gioco.

Ettore Ruggeri

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