Questo “benedetto” latinorum

La celebrazione delle primissime liturgie cristiane, ancora destrutturate e quasi esclusivamente incentrate sul rito dell’eucaristia, inizialmente veniva svolta nella lingua parlata nella Galilea dell’epoca, ovvero in un aramaico intriso di termini ebraici. Se è vero però che questo fu l’idioma di una iniziale propagazione del Cristianesimo, è altrettanto vero che nel corso dei secoli esso non contribuì ad una diffusione universale della nuova dottrina. E ciò, ovviamente, anche per motivi ideologico-propagandistici. È noto infatti che a veicolare in Oriente la fede cristiana nei primi secoli fu soprattutto la lingua greca, quella della koiné in cui è stato scritto – per altro – il Nuovo Testamento.
Dal momento della sua nascita, tuttavia, la nuova religione rivelata da Yĕhošūa (abbreviato Yeshùa), l’ebreo di Nazareth conosciuto in greco come Iesoûs (Ἰησοῦς) e in latino come Iesus, impiegò qualche secolo per attecchire saldamente anche in Occidente: solo verso la fine del IV sec., infatti, venne riconosciuta come religione di stato (editto di Tessalonica, 380 d.C.). Tale riconoscimento portò ad ammettere come lingua della liturgia ufficiale occidentale quella che ovviamente si parlava allora in tutto l’Occidente, e cioè il latino. E si può dire che, da quel periodo in poi, le liturgie cristiane in Occidente vennero sempre celebrate con quella lingua. Ciò, però, rimase in vigore fino al 7 Marzo del 1965, quando Papa Paolo VI celebrò per la liturgia_latprima volta una messa in lingua italiana, sulla base di quanto stabilito (e cambiato) qualche anno prima nel Concilio Vaticano II, e cioè che il celebrante potesse dire messa nella lingua nativa dei partecipanti. Fino a quella data, però, ovvero per oltre una quindicina di secoli, che lo si conoscesse o no, il latino rimase la lingua ufficiale della Chiesa Cattolica Apostolica Romana e fu impiegato in ambiti sia celebrativi stricto sensu, sia politico-amministrativi.

Ora, fatta questa premessa e concentrandosi esclusivamente sulla realtà corcumellana della prima metà del ‘900, viene spontaneo chiedersi: ma fra tutte quelle persone di Corcumello che hanno assistito alle celebrazioni religiose fino a prima del 1965, quante effettivamente erano in grado di capire che cosa dicesse il celebrante? Quante, pur animate da rigorosa devozione, riuscivano ad entrare in sintonia con quella che veniva dichiarata ’parola di Dio’? La risposta sembrerebbe ovvia: ben poche. C’è ad ogni modo chi obietta ad una risposta del genere, asserendo che in diverse realtà (tra cui si potrebbe far rientrare Corcumello) i fedeli fossero provvisti di un testo da leggere e che, pertanto, qualcuno che fosse in grado di leggere, potesse riuscire grosso modo a seguire ciò che il sacerdote diceva. Qualcun altro ancora, in maniera più sottile, sostiene che il partecipante associasse la parola latina al ‘sacro’; e che dunque, in ogni caso, il latino adoperato nella liturgia trasmetteva, anche se non compreso, una fortissima sacralità per mezzo della sua potenza simbolica ed evocativa: chi partecipava al rito poteva egualmente entrare in piena empatia con il ‘divino’.
Ovviamente, tutto ciò può aver riguardato anche i corcumellani della prima metà del ‘900: a quell’epoca, oramai, i fedeli recepivano un rito tramandato da una tradizione millenaria e largamente noto, sia nella forma sia nella sostanza. È vero, infatti, che anche se quelli non conoscevano il significato di ciascun termine latino, riuscivano tuttavia a comprendere che cosa simboleggiasse il rituale dell’eucaristia, che cosa esprimessero le varie preghiere, che cosa rappresentassero i Salmi, etc. Ed è anche vero che, per una comunità monolingue come quella di Corcumello, la totale ignoranza ed estraneità del latino contribuiva paradossalmente a riconoscerne la sacralità: l’utilizzo della lingua latina avveniva sempre e solo in un ambito liturgico-sacrale. A differenza del dialetto, pertanto, parlato in circostanze laiche e squisitamente “terrene”, il latino veniva inteso come lingua usata per il ‘sacro’; quella lingua sconosciuta, anzi, proprio in quanto medium del ‘sacro’, doveva rimanere distinta da quella adoperata in tutti gli altri contesti profani.
Anche se il problema di una comprensione testuale del latino eccelesiastico veniva effettivamente avvertito, esso non generava imbarazzo. Certo, poteva capitare che si rendessero proprie alcune formulazioni, storpiandole nella fonetica e assimilandole alla semantica del corcumellano: così il “riposo” dei defunti da “eterno” (requiem aeternam) diventava spesso “materno” (requie materna); l’epiteto utilizzato nel saluto alla Madonna, gratia plena (“piena di grazia”), inconsapevolmente si trasformava in un dialettale e irriguardoso grazia préna; poteva capitare anche che dal primo verso del Dies Irae (una sequentia che descrive il Giorno del Giudizio) attribuito a Tommaso da Celano, a partire da un dies illa (lett. “quel giorno”) venisse estrapolata una fantomatica voce latina diasìlla, di belliana memoria, ancora oggi utilizzata nelle imprecazioni. Poteva capitare. In ogni caso veniva rispettata e riconosciuta la sacralità del contesto, pur nella onesta consapevolezza di non sapere il latino, che per il corcumellano vissuto fino agli anni ’60 ha rappresentato sempre (e solo) la ’lingua ignota del sacro’.

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