Evviva San Lorenzo!

La mietitura del grano era terminata e anche tutte le spighe erano state raccolte.  

Ci si dedicava alla trebbiatura, accompagnata dalle immancabili dispute su chi avesse la precedenza, in un terreno nei pressi del paese adattato ad aia, vicino Collamico, o alle “oleca” o all’ara dejo Carpenito, o dejo Tricagno, o in altro luogo facilmente raggiungibile con le trebbie azionate dagli assordanti scoppi del trattore Landini. Appena trebbiato ognuno riponeva i bianchi sacchi di grano nella propria casa accarezzandoli con lo sguardo, perché rappresentavano buona parte della vita dell’anno avvenire e il compenso e l’orgoglio per le fatiche del precedente.

Riponeva la propria voce squillante anche Chiojiaro, che durante la mietitura rompeva l’aria rovente e si perdeva fra gli alberi della campagna e nelle orecchie di chi rispondeva alle sue “grida”: “chi va annanzi porta la parannanzi, chi va arrete porta iò foco sotto, o zia ziotta beato chi te tocca…”. 

E anche chi si esibiva in un canto d’invito a fare presto: “ a mete, a mete, a mete ca lo rano è fatto”. E chi da lontano obiettava: “che se lo meta chi l’à sementato”.

Un’allodola che sembrava trovare gusto a questo scambio,  partecipava sospesa nel cielo azzurro sulle loro teste e faceva sentire i suoi melodiosi trilli. Anch’essa presto avrebbe smesso di svolazzare e divertirsi sulle spalle dei mietitori.

Poteva sembrare un gioco la mietitura, ma era fatica vera come tutti i lavori dei contadini. Certamente più festosa perché si trattava di raccolto benedetto e atteso. Ma sotto il sole cocente si scandivano le ore che mancavano al riposo per il pranzo e per la “morenna”gettando sudore dalla fronte. A mezzogiorno arrivavano le donne con in testa il canestro con il pranzo. Si apparecchiava all’ombra di qualche salice o qualche olmo, vicino ai fossi dove ancora resisteva un po’ d’erba verde, sopra il fazzolittone che fungeva da tovaglia e si consumava il pasto. Poi i mietitori si alzavano per fumare una sigaretta. E per sgranchirsi le gambe andavano alla ricerca di un posto appartato per fare i propri bisogni. Qualcuno andava al fiume o alle pozze  dejo Trettecareglio o in altra sorgente a fare scorta di acqua da bere. Le donne riponevano quanto era rimasto, per lo più un’insalata di fagiolini lessi, patate e pomodori condita con una buona dose di aceto e accompagnata dal pane rimasto, per la merenda. L’ora della quale era scandita dalla lunghezza dell’ombra di una roccia sulla montagna a Precchia pelata. Qualche volta anche dal suono della campana dellle ventun’ore. A fine giornata, si riunivano i manoppi nella manoppiera per conservarli in attesa dell’arrivo della trebbia e si pregava Dio perché non piovesse troppo, come qualche volta succedeva. All’aia dove sostava la trebbia non c’era solo chi si dava da fare per la buona riuscita del lavoro e attento a contare quanto grano o balle di paglia uscivano dalle macchine, c’era anche chi ne approfittava per divertirsi, giocando con le novità e dando il suo aiuto nel lavoro. Erano i più piccoli, che si davano da fare attorno al cavalletto con il quale si predisponeva il ferro per  legare le balle di paglia che uscivano dalla pressa belle e pronte per essere riposte nei pagliai. Era una gara fra chi girava la manovella per formare l’asola nel filo di ferro e chi, dall’altra parte del cavalletto, lo tagliava.

La sera si faceva tardi all’aia. C’era chi non rincasava e nell’aia. O faceva finta di dormire, accosciato sotto “io metono”, costruito con i manoppi a forma di case più o meno grandi a seconda del raccolto e della ricchezza di ognuno. Si vigilava perché da esso non sparisse qualche covone. Ogni tanto ci si alzava, uno sguardo al cielo stellato e bellissimo. Oppure si guardava sullo sfondo il prepotente Velino, ritagliato dal chiarore dell’alba, che gli saliva dietro le spalle. Si sgranchivano le gambe fumando una sigaretta arrotolata a mano lontano dal grano e, ascoltato l’orario dall’orologio sulla torre della casa di Ndrecchete, per secoli casa comunale e casa dell’orologio, ci si riaccucciava aspettando l’alba e sperando che l’indomani sarebbe stato un giorno fortunato. Intorno gracchiavano le cicale che non la smettevano nemmeno quando il gufo o qualche altro uccello notturno appollaiato sugli olmi della strada facevano sentire il loro verso. E più lontano nell’Imele le raganelle assordanti. Qualcuno raccontava qualche storia paesana e rideva poco distante. Come l’ultima, che dicevano accaduta a Collamico.  Due fidanzati appartati in un angolo buio –non ci voleva molto a trovarlo, visto che l’illuminazione non era ancora arrivata- non si decidevano a fare ciò che avevano in testa e nel cuore e la tiravano troppo per le lunghe. La madre della fidanzata, raccontava la malelingua, che voleva andare a letto a riposarsi, invitava i due a fare in fretta quello che dovevano fare, perché stava facendosi troppo tardi. E giù a ridere!

C’era chi approfittava della notte per scambiare qualche parola con i vicini di guardia ai loro metoni. Per lo più parole di circostanza, tanto per accompagnare la notte ad inoltrarsi nelle sue ore. Capitò anche a Middio, che di parlare non aveva avuto mai grande voglia.

– E’ andata bene quest’anno?- domandò il vicino.

Prima di rispondere Middio  pensò che quell’anno non era andata male, ciononostante stette sulle sue e rispose evasivo:

– Vediamo domani quello che esce.- 

C’era anche della verità nelle sue parole. La terra seminata a grano non era molta, perché non ne aveva molta, ma i manoppi pesavano. Almeno….

– Nemmeno io ne ho molto. Sarà quel che Dio vorrà-.

Dopo un breve sospiro riprendeva: -Ce l’hai anche a Fontecaino?-

– Anche a Fontecaino, una decina di coppe. Cinque scarse ai Casali, alla via delle Prata e aglio Saocito. Cinque coppe anche lì-.

Aveva fatto tutto l’elenco nella speranza di finirla lì. E concluse:

– Speriamo bene.-

Ognuno tornava al suo metono per vedere se riusciva a prendere un po’ di sonno, difficile per la stanchezza e per l’attesa. Male che andava si avvicinavano le feste patronali e ci si poteva finalmente riposare. La pioggia non aveva rovinato la mietitura e si era riempito qualche sacco più del previsto. Una bella soddisfazione, finalmente.  In attesa di mettere il grano nell’arcone, la cucina di casa era piena di sacchi, per la gioia anche dei figli che gli saltavano sopra nonostante i richiami di mamma e papà. Un po’ di quel grano era da vendere per procurare un vestitino nuovo ai ragazzi al mercato di Avezzano e qualcosa anche per sé e per la padrona di casa. Bisognava onorare la festa. Un paio di scarpe ben fatte, ad esempio, sarebbero servite per tutto l’anno, magari adattandole all’inverno con l’opera sapiente di Santorocco, il calzolaio o di zi Matté. Facevano a gara a chi ricamava meglio la suola delle scarpe con le “chiovette”. Ognuno si arrangiava come poteva.

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Don Venanzio iniziava la solenne novena al santo Patrono e a sant’Antonio di Padova. Voleva tutti i parrocchiani, specialmente i ragazzi e i giovani, alle cerimonie, ma come sempre non tutto il seme gettato sulla terra portava i frutti sperati. Ognuno aveva le sue cose da fare e le priorità da rispettare. I “festaroi” si dannavano l’anima per l’illuminazione, per il palco, per la banda che doveva essere all’altezza dell’evento e meglio dell’anno precedente, degli spari, ma soprattutto erano impegnati a cercare offerte per pagare tutti. Fatica improba, perché le risorse non riuscivano mai a far fronte ai desideri e bisognava rivedere i programmi. Invece della banda di Acquaviva delle Fonti o di Pietrelcina, bisognava ripiegare su quella di Introdacqua, che suonava magari anche meglio, ma era quasi paesana.

Comunque alla fine la festa riusciva ad accontentare la maggior parte dei paesani. Iniziava il giorno della vigilia con lo scampanellare a festa a mezzogiorno e con alcuni spari. La sera con i solenni vespri cantati rigorosamente in latino nella chiesa di San Lorenzo, eretta per volere dei conti Vetoli, quando ancora ne avevano le possibilità, cioè, qualche secolo prima. Il giorno della festa, di buon mattino, i capi famiglia indicati per quell’anno dai “festaroi”, si ritrovavano sulla piazza del paese in festa per accogliere “jo bandisto” assegnatogli e che avrebbero dovuto accogliere in casa e nutrire, colazione, pranzo e cena, per i due giorni di festa.

A Middio  quell’anno toccò il “genesis”.

– Chi è questo genesis?- esclamò sorpreso Middio.

– Dev’essere una tromba- rispose scocciato jo festaroio, tutto preso dal suo incarico per nulla facile.

– Ma chi è?- insistette Middio.  –Mica mi porto a casa la tromba! – E’ quello coi baffi e col cappello…- e indicò con la mano da qualche parte.

Erano quasi tutti con i baffi e con il cappello in testa. Tuttavia a Middio dal gesto della mano parve di capire chi fosse. Ne squadrò qualcuno e alla fine decise per quello che gli sembrava più simpatico, che per puro caso era proprio il designato. Aveva in mano una strana tromba, un po’ attorcigliata come un piccolo trombone. Lo guardava con interesse. Il bandisto se ne accorse e gli domandò se gli piaceva il suo strumento. Middio rispose di sì per educazione anche se non capiva a cosa servisse uno strumento come quello in una banda. L’interessato dall’espressione della faccia capì la domanda e gli spiegò che un genesis in una banda era fondamentale. Non sarebbe potuta esistere una banda senza genesis, che faceva le note in levare, a differenza del trombone, qualche volta il controcanto, la seconda voce e tante altre belle cose, che lasciarono a bocca aperta l’ignorante Middio.

E’ difficile raccontare nei particolari una festa di due giorni con tutti i suoi avvenimenti più o meno pubblici e più o meno interessanti. Non si può però sorvolare sull’allegria di tutto il paese, sull’illuminazione delle strade principali e del variopinto palco tutto splendente di luci multicolore per il concerto serale di musiche operistiche. (Qualche volta ci scappava anche l’Incompiuta di Schubert). Un posto centrale avevano, manco a dirlo, le cerimonie religiose: la messa “parata” con tre preti sull’altare, la chiesa strapiena, soprattutto di donne, perché gli uomini assistevano e assistono da fuori alla cerimonia, sul piazzale antistante, cercando un po’ d’ombra dove nascondere la testa per ripararla dai raggi del sole d’agosto. Fra una chiacchiera e l’altra facevano passare il tempo della messa cantata in gregoriano e naturalmente in latino sotto lo sguardo amorevole di San Lorenzo, vestito a festa anche lui. E poi padre Ermenegildo, o un suo sostituto, che saliva sul pulpito per la predica. Con la sua voce possente e il saio da frate francescano ammaliava tutti. Iniziava per la verità un po’ dimesso, ma man mano che andava avanti riusciva a dare il meglio di sé. Era sempre indimenticabile il suo intervento. Soprattutto quando, rivolto ai presenti col naso all’insù, domandava: -Sapete perché il vostro paese si chiama Corcumello?- La gente si guardava attorno non per cercare una risposta, ma come chi la sa lunga e faceva finta di non sapere o di non  ricordare.  Padre Ermenegildo, soddisfatto perché nessuno rispondeva, continuava: -E’ latino, cari fedeli. Viene dal latino: Cor cum illo. Il mio cuore è tutto con  Lui, con San Lorenzo e per San Lorenzo. Il vostro cuore, il cuore dei Corcumellani batte tutto per San Lorenzo- concludeva indicando il santo. Il frate guardava intensamente e a lungo la platea, dalla quale non volava una mosca, e finalmente scendeva con grande solennità dal pulpito. Anche questa era fatta nonostante il caldo e il sudore che gli colava dalla fronte.

I due giorni di festa trascorrevano in genere senza sorprese. Tutti avevano recitato al meglio la loro parte: i “festaroi”, i preti, i cittadini, la banda e anche i ragazzi, che avevano rimediato qualche cocomero sottratto con trucco al cocomeraio, all’angolo della strada che dalla piazza centrale scende verso jo Casarino. Il trucco è antico. Mentre qualcuno cercava di comprare qualche fetta di cocomero e la tirava per le lunghe, qualcun altro faceva scivolare dal muretto un cocomero o due nelle mani dei compari appostati di sotto, che, avutolo,  si dileguavano nel vicolo. La banda di Introdacqua era stata davvero all’altezza. Per i “pezzi” delle opere di Verdi e di Puccini quella volta aveva ingaggiato cantanti veri: tenori, soprani, bassi e non le solite trombe a suonare le arie più famose. Anche se non mancò l’atteso assolo della cornetta, le cui note uscivano leggere dal palco illuminato e svolazzavano nel cielo azzurro scuro della notte, lasciando a bocca aperta i paesani. Il genesis ospitato da Middio si era comportato come lo strumento: un po’ anonimamente. Parlava poco e mangiava normale, senza pretese. Si concedeva qualche sorso di vino in più, perché, diceva: “devo soffiarci dentro anche in salita”, indicando lo strumento, e di salita ce n’era tanta.

San Lorenzo, nonostante sia il Patrono, come al solito all’asta per portarlo in processione era stato valutato meno di Sant’Antonio, nonostante i solleciti al rilancio del banditore. Contro sant’Antonio di Padova non c’era partita. Ma nessuno se la prendeva. Forse nemmeno San Lorenzo, che tuttavia, dal suo sguardo sempre dolce rivolto al cielo, sembrava dire: -Pazienza!-. Per Middio come per molti altri c’era stata qualche fatica in più. A quella di tutti i giorni per accudire gli animali, ai quali della festa non importava nulla, si era aggiunta la fatica della festa da onorare. Qualche partita a carte, o a bocce per la strada davanti alla mola o al campo di calcio, qualche discussione con compagni e avversari, come sempre avviene, qualche goccio di vino in più. Tutto nei limiti della decenza.

Middio tutto sommato era soddisfatto e anche la sua famiglia. 

A mezzanotte guardò i fuochi da casa e al colpo finale, il più rumoroso di tutti, quello che faceva muovere i pantaloni nelle gambe, quando gli altri batterono le mani, lui esclamò sottovoce: VIVA SAN LORENZO!  

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